La casa dell'architetto Carlo Donati, in pieno centro a Milano, è un manifesto preciso della sua visione, con piani stilistici che si fondono ("mi piace che si crei un attrito"), producono un'armonia diffusa che l'occhio percepisce immediatamente e che determina l'ambiente. L'idea di fondo, però, è che funzionalità ed estetica debbano viaggiare di pari passo. Vediamo come.
Ha sempre voluto fare l’architetto?
Ho sempre voluto progettare. Ho iniziato facendo l’urbanista da Gregotti, un grosso studio, e mi è servito per capire che non era la mia strada. Poi ho vissuto a New York, dove ho seguito da un punto di vista architettonico i lavori di Gianni Versace, della sua townhouse ed il suo flagship store sulla Fifth Avenue. E lì ho capito che invece la mia strada era la progettazione di una cosa tangibile, controllabile in tempi rapidi. Sono tornato a Milano, dove ho aperto la mia prima società e poi lo studio di architettura. Da allora ci occupiamo principalmente di abitazioni residenziali, ma anche molto di retail.

La domanda delle cento pistole. Quanto conta nel suo mestiere la contaminazione?
Per me è un valore importantissimo, direi quasi che non è solo una questione attinente alla professione, ma di approccio alla vita. Credo che la contaminazione significhi anche apertura mentale, farsi attraversare da altre culture. Per cui direi che vale l'80%.

Quando ci si trova davanti al foglio bianco, per così dire, che cosa succede dentro la testa dell’architetto?
Da un punto di vista creativo l’aspetto importante è fare riferimento ad un bagaglio personale di icone che si sono stratificate nel corso della vita e che sono molto trasversali all’architettura. Questo aspetto è fondamentale. È la sinestesia tra diverse percezioni. Che possono essere architettoniche, musicali -come il pop ed il rock’n’roll- artistiche ed altro ancora e che, in qualche modo, si mescolano. Nel mio caso possono essere i quadri di Francis Bacon o le scenografie di Bob Wilson, ma possono essere anche le copertine di David Bowie o le insegne di un bar: tutto questo mondo iconografico si traduce poi in una serie di stimoli che che diventano importanti per la parte creativa del progetto. Questo indipendentemente dal fatto che poi si prende la matita e si deve stare entro certi certi limiti spaziali, di budget o di tempo.

Per progettare una casa bisogna avere paura dei trend o saperli gestire?
Per progettare una casa non bisogna avere paura dei trend. Bisogna, però, gestirli e non farsi dominare. Sarebbe sempre importante fare uno sforzo di autonomia, cercando di essere trend setter e non follower. Secondo me la chiave è questa

Da questo punto di vista c’è una critica che farebbe all’architettura italiana contemporanea?
Intanto bisogna ricordare che rappresentiamo un'eccellenza mondiale della creatività e del design. Abbiamo una storia antica ed una cifra molto ben riconoscibile. Se proprio devo fare una critica direi che quando si parla di architettura bisognerebbe cercare di parlare un po' chiaramente. Spesso gli architetti parlano in “architettese”. Per cui poi diventa difficile tradurre.

Parliamo invece della casa in cui oggi ci ospita.
Questa è una casa d'epoca, dei primi del Novecento, con dei tratti Liberty. Da un punto di vista dell'iconografia l'abbiamo mantenuta: invece da un punto di vista del layout l’abbiamo un po' scombussolata creando un open space dove si relazionano momenti diversi della giornata. Mi piace molto che la casa sia fluida, con una molteplicità di funzioni. Infatti la cucina, ad esempio, con lo sbalzo dell'isola, è uno spazio dove si lavora, si parla con gli amici, dove si prepara il cibo, si mangia. Da un punto di vista stilistico mi piace che si lavori sull’attrito. Alcuni arredi infatti li ho disegnati io, altri sono di produzione, alcuni sono vintage: mi piace molto che ci sia questo attrito tra stili diversi, che un oggetto magari degli anni ‘50 dialoghi con un elemento più minimalista, cercando come fondo un’armonia cromatica che racchiuda ed unisca tutto l'ambiente.

Ha un angolino che considera tutto suo?
Certo. C'è questo angolino che mi piace molto perché in quel piccolo spazio si è raggiunto l’equilibrio di cui parlavamo poco fa, un’alchimia di piccoli contrasti tra una poltrona degli anni 50 ed una lampada invece degli anni 60’- ’70. C’è poi un un comodino tipicamente Déco francese degli anni 20, un quadro a cui sono molto affezionato di Petrus, che ritrae una città cristallizzata con un cielo rosso che potrebbe essere un quadro anche vagamente metafisico, posto di fianco ad un quadro astratto di nativi degli anni ‘30. Questa piccola composizione è molto nelle mie corde e mi racconta bene dal punto di vista dell'intersezione, del lavorare cioè sugli attriti.

In quali dettagli si trova la sua firma qui in casa?
Ci sono degli arredi che ho disegnato io. Tutta la cucina, la dispensa, l'isola, la panca del soggiorno, le librerie, il tavolo. Il mio design ha dei tratti piuttosto minimal: mi piace che si inserisca in un contesto dove possa dialogare con delle presenze che invece abbiano caratteristiche diverse. In particolare amo molto le lampade degli anni ‘40 ‘50, le forme curve degli anni 60. Naturalmente se noi fossimo sintonizzati solo su un ipercitazionismo, diciamo così degli anni 50’ e ‘60 sarebbe solo la trasposizione di una casa di un periodo in un altro. Invece è interessante che si crei appunto un dialogo per contrasto tra un elemento minimale ed un elemento curvo di plastica - degli anni ‘60, oppure una poltrona, ad esempio di Aarnio- piuttosto che delle lampade di Pantone. E così via.

Cosa non deve mai mancare in una abitazione?
Un ripostiglio capiente. Senza ripostiglio è difficile fare una buona architettura: funzionalità ed estetica sono due tematiche che devono viaggiare a braccetto. Mentre invece a mio avviso troppo spesso si sbilanciano i progetti da una parte o dall'altra, tanto da diventare ingestibili.

Con le sue scelte progettuali vuole contrastare la globalizzazione. Come si limita?
Il tema dell’architettura e della globalizzazione è molto scottante. Noi facciamo anche molto retail e, naturalmente, quando c'è un marchio che realizza tanti negozi in giro per il mondo il problema è anche di lavorare sulla grande scala, per una questione di ottimizzazione. E quindi di riprodurre sempre lo stesso lo stesso concetto. Io credo che invece, nei limiti del possibile, sia importante mantenere un'identità forte nella progettazione. Altrimenti corriamo il rischio di aprire una casa bosco verticale a New York oppure ad Hong Kong e trovare sempre lo stesso interno; aprire un negozio in centro a Milano, piuttosto che a Sydney, ed avere sempre la stessa immagine. Credo che la globalizzazione in sé naturalmente non sia una cosa negativa, anzi; ma il concetto è che dobbiamo lavorare anche qui su doppio binario, diciamo una consapevolezza “local” di una cifra stilistica del progettista. È bello entrare appunto in un negozio a Hong Kong ed avere anche un riferimento all'architettura locale: è una variante leggera su una progettazione che non può essere sempre pedissequamente ripetuta in giro per il mondo, ma che deve avere una cifra che la contraddistingue.

Posso chiederle se ha un progetto preferito? Sappia che la maggior parte dei suoi colleghi mi ha risposto "il prossimo"
(ride, ndr) Sì, è sempre il prossimo il progetto più bello, questo è vero: però ci sono dei progetti che rimangono nella piccola storia che tracci tu come progettista. C'è per esempio una casa che abbiamo progettato a Milano, che è stata una grande conversione di un ambito industriale in abitazione: era molto interessante perché era molto grande, circa 1000 metri, interamente chiusa sul perimetro esterno, molto profonda e tutta rivolta verso l'interno, verso un patio centrale. Quindi abbiamo creato questa architettura, diciamo introflessa - chiusa verso l'esterno ma completamente trasparente verso l'interno- che rappresenta un unicum. La sensazione è di aprire la porta a Milano e trovarsi in una sorta di altrove magico, con colori molto mediterranei ed un’atmosfera di riflessi continui della piscina vista dal soggiorno, dallo studio, dalla cucina. Sicuramente è un progetto che trovo molto interessante ancora oggi.

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